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MA A CHINATOWN CONVIVERE E' POSSIBILE ?
Sono state fatte molte affermazioni a proposito dell’insediamento cinese nella zona di via Paolo Sarpi, alcune condivisibili altre discutibili. Io credo che, prima di tutto, sia corretto ricordare che questo vecchio quartiere di Milano ha subito in questi ultimi quindici anni molti cambiamenti che ne hanno modificato la fisionomia originale. In una prima fase le vecchie botteghe artigianali e la maggior parte degli esercizi alimentari sono stati sostituiti da negozi di abbigliamento e di calzature. Evidentemente la concorrenza di supermercati e grandi magazzini aveva costretto alla resa le piccole imprese, quasi sempre a conduzione famigliare, un tempo caratteristiche di questa parte della zona Sempione, ma che erano diventate assai poco redditizie. Successivamente ci fu una trasformazione delle attività lavorative dei cinesi presenti nel quartiere da decenni. Vennero via, via chiusi i laboratori di pelletteria e aumentarono i ristoranti. Ora siamo al commercio all’ingrosso. E’ chiaro che la veloce espansione di questi esercizi è stata resa possibile dalla volontà degli proprietari (italiani) dei negozi di monetizzare in modo molto, molto soddisfacente questi immobili e, evidentemente, dai cattivi risultati economici di attività ben presto rivelatesi senza significativi sbocchi di mercato. I cinesi hanno così potuto mettere in piedi in poco tempo una fitta rete di negozi per la vendita di vestiario, di modesta qualità e a prezzi molto bassi. Negozi tutti uguali, stesse spoglie vetrine, stessi generi di articoli. Un mercato estraneo ai gusti degli italiani, quasi completamente rivolto agli immigrati (anche cinesi ovviamente), ma non per questo illegittimo. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati negozi cinesi di articoli alimentari tipici orientali (verdure, prodotti di soia, ecc.), agenzie immobiliari, attività di servizi, oreficerie, librerie. Questa realtà, sgradita a numerosi residenti italiani, specie a quelli di più vecchio radicamento, non mi risulta però caratterizzata da illegalità diffusa, come appare scritto sulle bandiere arancione appese a molte finestre. Per evitare di cadere nello sciovinismo, sarebbe utile spiegare, se ce ne sono, quali colpe vengono attribuite ai cinesi e, se possibile, collaborare a cercare un modus vivendi condiviso. Ovvio che anche l’Amministrazione comunale deve fare la sua parte per facilitare la ricerca delle migliori soluzioni alternative e non limitarsi a stare a guardare.
Roberto Borgonovi Presidente del Circolo di Milano |