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Ai Soci LETTERA DEL PRESIDENTE A GAD LERNER
Egregio dott. Lerner, ho assistito alla trasmissione de “l’Infedele” del 2 maggio da lei condotta. Si è discusso di immigrati cinesi, dei disagi dei residenti del quartiere milanese di via Paolo Sarpi, di ipotetiche conseguenze a livello nazionale ed internazionale di tipo economico e politico causate dai fatti accaduti il 12 aprile scorso. Che delusione! Speravo che finalmente si potesse sentire qualche persona veramente competente e documentata che uscisse dai cori di stereotipi, luoghi comuni e falsità propinatici dai mass media e dai politici, di destra e di sinistra. Per tutta la serata ho sentito decine di volte ripetere che i cinesi sono chiusi, che si ghettizzano, che non si integrano. Ma di quali ghetti stiamo parlando? I cinesi, come altre popolazioni che migrano, cercano le condizioni migliori prima per sopravvivere, poi per assestarsi economicamente, infine per stabilire standard di vita accettabili per sé e per le proprie famiglie. I cinesi vanno dove ci sono altri cinesi, dove possono inserirsi in un ambiente il più possibile protettivo, che tiene conto delle loro peculiarità (la cucina, le medicine tradizionali, la lingua, le abitudini eccetera), dove costruirsi una autonomia economica, dove trovano minori difficoltà relazionali, dove in caso di bisogno ricevono più facilmente ascolto e aiuto. Ma i cinesi sono famosi per la loro innata abilità commerciale e dove possono cercano di applicare una delle prime regole commerciali, quella di concentrare le attività in una stessa area, la più omogenea possibile in modo da agevolare il compito degli acquirenti e dei fornitori. Evidentemente un quartiere centrale, anche se piuttosto vecchio come quello di via Paolo Sarpi, è preferibile rispetto ad un altro in periferia. D’altra parte è stato così (e in misura minore lo è ancora) per i grossisti italiani di abbigliamento residenti nei pressi di via Vittor Pisani. Non è vero perciò che i cinesi abbiano introdotto arbitrariamente una concentrazione di attività inammissibile per la nostra città. Per contro, si sono dovuti adattare ad una zona dal punto di vista urbanistico poco adatta, nella quale fra l’altro, a causa degli spazi più ristretti, la loro presenza è risultata molto più visibile. E’ comunque da chiarire che i cinesi di Milano non risiedono solo o prevalentemente in via Paolo Sarpi e dintorni. La zona di Via Padova, per esempio, è interessata da un’importante presenza cinese. La capienza di un quartiere non è illimitata e quando non ci sono spazi disponibili se ne cercano altrove. Tutte queste caratteristiche e altre ancora dimostrano che i cinesi non vivono e non si sentono prigionieri in un ghetto, anche per la semplice ragione che il ghetto non è una scelta di chi ci vive, ma un costrizione. I ghetti sono località dove vengono costrette a vivere le minoranze emarginate culturalmente, socialmente ed economicamente (vedi i ghetti dove erano obbligati ad abitare gli ebrei). Risiedere o lavorare in appartamenti e negozi il più possibile vicini, dove migliori sono le condizioni logistiche e ambientali, non significa essere confinati o rinchiudersi in un ghetto. Se esistono difficoltà a relazionarsi con i residenti italiani non è certo per la volontà di non volersi integrare, per mantenere le distanze, per esprimere la propria superiorità. La lingua italiana è un ostacolo non indifferente, quella cinese ha una struttura diametralmente opposta all’italiano e per chi magari si ritrova con un livello culturale modesto e la necessità di dedicare per tutta la giornata tutte le proprie forze e risorse al lavoro, poche sono le occasioni per imparare la nostra lingua, anche perché pochissime sono le strutture pubbliche attrezzate per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Si fa notare, giustamente, che i cinesi non seguono correttamente le leggi vigenti in Italia. Ma non si tiene conto che già noi italiani abbiamo mille difficoltà per capire le complesse regole amministrative esistenti e quindi per rispettarle, figuriamoci quali problemi possono incontrare coloro che hanno una scarsa conoscenza della nostra lingua. E’ chiaro che mancano strutture di assistenza che possano accompagnare gli immigrati cinesi almeno nelle fasi iniziali del loro inserimento nel tessuto socio-economico milanese. La conseguenza di questa carenza è che spesso regole e leggi vengono disattese dai cinesi, così come dagli altri immigrati che si trovano con le stesse difficoltà di approccio. Con tutto ciò sembra che i cinesi siano fra gli immigrati nel nostro Paese quelli che più si avvicinano a quelle poche strutture sociali esistenti (i consultori per esempio). Immigrati di altri Paesi risultano più aperti? Tutti si ritrovano nelle loro comunità, mangiano i cibi a loro più vicini per gusto, tradizione e consuetudini, suonano le loro musiche e cantano le loro canzoni, professano la propria fede, vanno ad abitare, quando possibile, vicino ai propri conterranei. Quindi se essere “chiusi “ significa tutto ciò, anche le altre comunità di immigrati dovrebbero essere considerate “chiuse” o meglio “non aperte” ai residenti italiani. E anche i milioni di italiani che emigrarono nel secolo scorso verso le Americhe sono la testimonianza di come sia essenziale e comunque molto utile vivere in comunità, dove si parla la stessa lingua ed esistono le stesse abitudini, all’interno delle quali riproporre piccoli ma assai confortevoli frammenti di una patria assai lontana. Usare termini come “China Town” è anche improprio, in quanto nel quartiere di via Sarpi solo il 5% dei residenti è di origine cinese.
Come
mai queste semplici cose non sono emerse dal dibattito di ieri sera ?
Forse è mancato anche un richiamo alla nostra memoria storica. Ma le
trasmissioni come la sua, Dott. Lerner, dovrebbero avere anche
l’obiettivo di sollecitare il ricordo di questi epocali avvenimenti e
confrontarli con l’attualità.
Tra
i cinesi invitati, quasi tutti giovanissimi, è stata data molte volte
la parola ad un giovane che svolge la sua attività a Prato e che quindi
è avulso dalla comunità milanese, mentre i pochi altri ragazzi che
hanno parlato non hanno potuto esprimere bene le loro ragioni sia per il
poco tempo loro concesso che per difficoltà linguistiche. E il gentile
ed elegante Angelo Ou, nato e cresciuto anche professionalmente a
Milano, che – come da lui stesso affermato – ha cuore cinese ma cervello
italiano, ha dovuto visibilmente contenere le sue affermazioni evitando
di esporre le ragioni della comunità cinese. Tutto con il comprensibile
intento di non compromettere la sua posizione all’interno della
commissione mista avviata in Comune per cercare di trovare soluzioni
soprattutto al problema urbanistico causato dalla concentrazione nella
zona di Via Sarpi delle botteghe dei commercianti cinesi all’ingrosso.
In
conclusione nessuno è riuscito a fornire apporti significativi a
vantaggio della conoscenza documentata, dell’approfondimento culturale,
della corretta informazione e della chiara visione di cosa si dovrebbe
fare per affrontare e risolvere situazioni di questo tipo senza
sprofondare nella intolleranza razziale, nella xenofobia, nel clima di
caccia alle streghe che si è instaurato così facilmente.
Roberto Borgonovi
Per
informazioni: martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 15,30 alle ore 18.30
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