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Ai Soci
del Circolo di Milano
dell'Associazione Italia-Cina
 

                        

CINESI POPOLI

  

Complice la stampa ufficiale, molte comunità immigrate in Italia sono definite attraverso stereotipi, ma la forza di quelli che riguardano la popolazione cinese è probabilmente irraggiungibile. In conseguenza dei fatti di Milano si apprende, fra l’altro, che è una comunità chiusa, che fa sparire i morti, che non vuole integrarsi. Quanto sono vere queste affermazioni e quali sono i meccanismi che le alimentano?

I cinesi possono essere considerati i primi immigrati in Italia nel senso più attuale del termine. Per rintracciare i pionieri bisogna infatti arretrare fino agli anni venti del secolo scorso. Tuttavia, solo dall’inizio degli anni ’80 quella cinese è divenuta una delle principali nazionalità presenti nel nostro paese - la quinta dopo rumeni, marocchini, albanesi e ucraini.

In qualsiasi periodo li si osservi, i cinesi si distinguono dagli altri immigrati per molte caratteristiche. Anche loro sono spinti ad emigrare principalmente per migliorare le proprie condizioni materiali di vita, ma perseguono questo obiettivo attraverso le attività autonome – anche se le imprese sono di piccole dimensioni, spesso a conduzione familiare e ottenute dopo diversi anni di lavoro alle dipendenze - in un sistema che, pur dialogando con quello italiano, risponde a meccanismi di reclutamento e di finanziamento del tutto autonomi. Il tasso di attività è molto alto sia per uomini che per le donne, occupati soprattutto nell’artigianato, nel commercio e nella ristorazione. La popolazione presente oggi ha titoli di studio relativamente bassi, vive principalmente con i familiari in abitazioni non di rado di proprietà, con più bambini di quanto sarebbe consentito in Cina. In caso di bisogno essi si rivolgono alla famiglia o ai conoscenti della propria comunità, quest’ultima concentrata e quindi più visibile anche se meno numerosa di altre comunità.

Paradossalmente quella cinese è la comunità immigrata ideale per una società che soffre l’immigrazione. Essa, infatti, si mette in un cantuccio – anche un quartiere di Milano, se gli è consentito -  arricchisce il sistema economico nel suo complesso, usa i servizi sociali solo quando non trova soluzioni interne alla comunità, non compete con gli italiani per il lavoro, non ruba posti nelle graduatorie di assegnazione delle case popolari, non costa perché chiede poca assistenza sociale. Ciò nonostante, e ancor prima dei fatti di Milano, la comunità cinese è oggetto di intensa stigmatizzazione.

Dei cinesi si dice ad esempio che siano chiusi - e a questo termine è associato un giudizio negativo - ma non si comprende chi faccia da termine di paragone, chi siano gli aperti. Se si allude ad altre comunità immigrate c’è da chiedersi a quanti matrimoni, battesimi, funerali o feste hanno partecipato gli italiani che sostengono questa contrapposizione, probabilmente persone che non parteciperebbero mai ad eventi che riguardano gli immigrati. La chiusura – senza connotazione negativa - di cui sarebbero portatori i cinesi si può agevolmente spiegare senza evocare comportamenti devianti, o peggio, inscritti nella loro natura. Innanzitutto, vi è un enorme deficit di comunicazione determinato dalla lingua. Solo chi ha studiato o studia la lingua cinese è consapevole delle difficoltà di passaggio dalla lingua ideografica all’italiano da parte di una comunità che, peraltro, è stata poco alfabetizzata. La prova che questo è l’ostacolo maggiore alle relazioni si può dedurre dai comportamenti dei giovani cinesi, nati o cresciuti in Italia, per nulla isolati nelle classi delle nostre scuole. D’altra parte, proprio per le loro caratteristiche insediative, i cinesi non lavorano nelle nostre case né sono colleghi di lavoro in altri luoghi. Non confrontandosi con la realtà concreta e individuale la conoscenza lascia il posto anzi è alimentata da quelle che possiamo facilmente definire leggende metropolitane. Fra tutte la più emblematica riguarda il fatto che i cinesi non muoiono. Nata chissà dove e probabilmente per spiegare il riciclaggio dei documenti di soggiorno, questa leggenda è così radicata che non sono neppure presi in considerazione l’effetto “migrante sano”, oppure la giovane età dei cinesi o, infine, il fatto che di fronte a una grave malattia essi tornano riponendo le ultime speranze nella loro medicina.

Contro gli stereotipi – talvolta subdolamente anche nostri - è difficile combattere, ma è la sola strada percorribile per realizzare l’integrazione che per i cinesi, comunque, non sarà mai assimilazione. Dopo tutto nel mondo hanno dimostrato di adattarsi al contesto che trovano: di fronte a regole blande tendono a ignorarle, se sono stringenti le rispettano. Per questo è necessario trovare rapidamente il modo per renderle comprensibili e condivise. Comunque un dubbio rimane: e se pretendessimo proprio da loro quel che noi non siamo capaci di essere?

 

Patrizia Farina
Facoltà di Scienze statistiche
Università Milano Bicocca

 

 

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