TIBET E OLIMPIADI -
Fuori dal coro.
In
questi giorni da Tv e giornali ci vengono propinate palesi falsità a
proposito del Tibet, con l’intento di boicottare le prossime Olimpiadi di
Pechino.
Si parla a vanvera di indipendenza e di liberazione del Tibet, senza
rendersi conto che in questo sterminato, splendido e difficile territorio,
popolato da pochi milioni di nativi più un analogo numero di cinesi Han
trasferiti negli ultimi decenni dalle altre province cinesi, fino a poco più
di 50 anni fa vigeva un regime feudale dominato da aristocrazie religiose
che imponevano la schiavitù! Veniamo martellati con insistenza con le
notizie di esuli tibetani (che vivono per lo più in India, Nepal e Stati
Uniti) che reclamano l’intervento dell’Occidente per “restaurare la libertà”
e porre fine al “genocidio” che secondo loro è in atto in Tibet. Nessuno
dice che i cinesi, con tutta la loro anche criticabile invadenza, hanno di
fatto liberato questa terra dalla schiavitù, hanno costruito case, scuole e
ospedali prima inesistenti, hanno portato l’energia elettrica e la ferrovia,
hanno istituito sistemi di irrigazione e suddiviso fra i contadini locali i
terreni coltivabili che prima appartenevano e venivano sfruttati unicamente
dalle gerarchie buddiste di Lhasa. Evidentemente coloro che si fanno
portavoce delle richieste di boicottare le Olimpiadi come arma per
costringere i cinesi a dialogare con il Dalai Lama, sono convinti che il
Tibet sia una sorta di mitologico paradiso perduto dove pace, non violenza
e amore sono stati cancellati dal sistema cinese.
L’invasione del Tibet può essere criticata per molti suoi aspetti che forse
alla fine potrebbero anche essere conflittuali con la cultura religiosa
tibetana, tuttavia non ci si può dimenticare che, al di là della piacevole
pacatezza con la quale suole presentarsi durante il suo peregrinare in ogni
angolo della terra, il Dalai Lama nel 1959 preferì rifugiarsi all’estero
(con il sostanziale aiuto della CIA) con un nutrito numero di ricchi
appartenenti al suo clan, portando con sé enormi ricchezze accumulate (nei
secoli e quindi non solo da lui) con lo sfruttamento sistematico della
popolazione tibetana, ridotta in schiavitù e nella povertà più totale.
La teocrazia dispotica e retrograda che aveva imperato a Lhasa fino alla
metà del secolo scorso, ogni tanto tenta di ritornare in auge e per far
questo si è alleata a ricche lobby e a governi occidentali riuscendo a
guadagnare alla propria causa Hollywood, banche, magnati e istituzioni, non
solo americane, che non vedono l’ora di mettere in difficoltà la Cina.
Non riuscendo ad ottenere grandi risultati attraverso la competizione
politica, commerciale, industriale e finanziaria, ora ci stanno provando con
una sistematica pesante azione per danneggiare l’immagine di Pechino in
vista delle Olimpiadi.
Ovviamente ci teniamo a restare fuori da questo coro. Dalla storia abbiamo
appreso che il vagheggiato Tibet è frutto più che altro di suggestive
idealizzazioni tese a presentare questo territorio immerso perennemente
nella pace e nell'armonia, mentre in realtà le cose sono ben diverse. Senza
nulla togliere ai principi del buddismo e al loro alto significato
universale, rimane il fatto che a questo sistema di valori in Tibet non si è
mai accompagnato, sino al 1950, un corrispondente conforme comportamento da
parte delle sette buddiste che avevano in mano il potere economico e
sociale, che si sono abbandonate anch’esse e ripetutamente a crudeltà,
esecuzioni sommarie, cruenti conflitti, sfruttamento generalizzato dei servi
e degli schiavi e a comportamenti che avrebbero dovuto sembrare per lo meno
sconvenienti e in antitesi con gli ideali buddisti.
La storia recente e passata fornisce in abbondanza episodi che ci
rappresentano il Tibet in modo ben diverso dalle immagini idealizzate e
quasi surreali che gli vengono attribuite.
Ci dovrebbe essere più obiettività su questo argomento, evitando di
divulgare falsità e abbandonando i facili stereotipi che ci fanno apparire i
cinesi come feroci persecutori di una popolazione che, pur essendo legata
spiritualmente al Dalai Lama che riverisce come capo supremo della chiesa
buddista, non credo proprio che oggi accoglierebbe favorevolmente un
ritorno dei clan aristocratici corrotti fuggiti con lui nel 1959 e che
ancora compongono gran parte dei suoi consiglieri.
Per tornare alle immagini e ai commenti elargiti con dovizia dai mass media
in queste ultime settimane, fanno veramente scalpore le fotografie che
rappresentano inermi monaci picchiati a suon di bastonate da poliziotti che
vengono definiti “cinesi”. In realtà, come è facile scoprire
dall’abbigliamento, si tratta di poliziotti nepalesi e non cinesi, ripresi
all’opera per “mantenere l’ordine pubblico” e disperdere i manifestanti, ma
ovviamente non in Cina o in Tibet, ma a Katmandu, capitale del Nepal. E’
evidente che si sta cercando di distorcere la realtà anche con
mistificazioni giornalistiche e fotografiche usate senza ritegno dalla
propaganda anti-cinese in atto. Si può essere ideologicamente avversari di
Pechino, non concordare sulle strategie cinesi ed avere comunque opinioni
diverse, senza usare false rappresentazioni della realtà passata e odierna
del Tibet, una scelta oscurantista e poco dignitosa per chi la mette in
atto.
Ci sorprende e indigna questa istigazione al boicottaggio anche parziale dei
Giochi del prossimo agosto o anche soltanto della cerimonia di
inaugurazione, portata avanti con simili argomentazioni.
E non siamo d'accordo nemmeno con quanti sostengono che ormai è tardi per
fare qualsiasi azione di disturbo e semmai si sarebbe dovuto evitare, a suo
tempo, di assegnare i Giochi alla Cina.
Una tesi micragnosa che denota la scarsa serietà del dibattito in corso, sia
a livello sportivo che politico, e una curiosa e sospetta mancanza di
memoria sui vergognosi precedenti che privarono Pechino delle Olimpiadi del
2000, quando i risultati che sembravano ormai favorevoli alla candidatura
cinese vennero sovvertiti dopo il voltafaccia di alcuni paesi membri del
Comitato Olimpico, all'ultimo momento utile convinti (a suon di dollari) a
cambiare bandiera.
Tutto ciò è molto sconsolante ma, andando oltre alle meschinità di questi
giorni e, pur rischiando di cadare nella retorica, non possiamo che
dichiararci favorevoli ad un “dialogo” fra il Dalai Lama e il Governo
cinese, affinché il Tibet moderno possa preservare, nel mutato e forse
opinabile sistema sociale instaurato dai cinesi in questi ultimi 50 anni, i
suoi peculiari e universali valori culturali e religiosi con la speranza
che gli ormai vicini Giochi Olimpici di Pechino siano solo una grande
occasione di sport e di fratellanza fra i popoli.
Roberto Borgonovi
Vicepresidente nazionale
Associaziione Italia-Cina
Milano